
RADICI PROFONDE, SGUARDO AL FUTURO
TRADIZIONE CHE EVOLVE
LEGGI LA STORIA DELLE RADICI CHE LEGANO LA NOSTRA FAMIGLIA AL TARTUFO
New York, settembre 2024
Eccomi qua, sono Paolo, la terza di quattro generazioni di tartufai della mia famiglia.
Vorrei raccontarvi una storia, quella della mia famiglia. Mentre vi parlo mi trovo con mia moglie a New York, precisamente al “The Top Of Standard Hotel” situato lungo la riva del fiume Hudson, le vetrate del bar al 18° piano ne offrono una bellissima vista. Ordiniamo un aperitivo, mentre aspettiamo il mio sguardo si sofferma sulla baia di Ellis Island, luogo in cui agli inizi del ‘900 arrivavano le navi di tanti migranti europei in cerca di una nuova vita e mi domando come io sia arrivato qui oggi, in un luogo così meraviglioso. La risposta mi sta davanti agli occhi , iniziano così a tornarmi in mente i racconti sulla mia famiglia e le sue vicissitudini, che sono poi il motivo per il quale io faccio il mio lavoro nel campo dei tartufi ed ora qui sento questa forte emozione.
Partiamo dall’inizio, partiamo da più di 100 anni fa: nei primi anni del ‘900 i miei bisnonni vivevano in una piccolissima borgata di Montà d’Alba chiamata “Corso”, non più di una manciata di case, la vita lì in quel periodo era molto molto dura i soldi scarseggiavano ed il cibo di conseguenza. A causa di queste difficoltà un giorno il padre di mio nonno decise di emigrare con suo fratello negli Stati Uniti, precisamente a New York. Lasciò la moglie, incinta, nel piccolo borgo e partì, solamente dopo un anno, una volta sistemato, fu possibile per lei, che nel frattempo aveva partorito, raggiungerlo.
La City in quegli anni offriva molte opportunità, infatti i miei bisnonni misero in piedi una florida attività. La vita era divenuta più confortevole, stavano vivendo il classico “sogno americano”.
Gli affari andavano bene e i mie bisnonni ebbero così un altro figlio, una femmina di nome Giuseppina, all’anagrafe Josephine. Passato qualche anno però, quando mio nonno era adolescente, suo papà iniziò ad avere problemi cardiaci, i dottori non sapevano come curarlo, pensarono che la nostalgia per il suo pese di origine fosse una delle cause che affliggevano il suo cuore e consigliarono loro di tornare in Italia. Fu una decisione molto dura da prendere, vendettero la loro parte di azienda al fratello che rimase a New York e tornarono a casa in Italia, al “Corso” quel piccolo cucuzzolo al centro del Roero. La loro vecchia casa era andata in malora, ma riuscirono piano piano a risistemarla, ripiantarono alberi da frutto , comprarono una mucca e una pecora, finendo però molto velocemente i soldi. Mio nonno passò così da vivere ed andare a scuola a New York, che in quegli anni doveva essere in gran fermento, a passare le sue giornate nei boschi di un piccolo borgo di un piccolo paese di provincia in un’Italia che provava a risollevarsi dopo le devastazioni della Grande Guerra. Immersi nei boschi sfruttavano il più possibile ciò che la natura aveva da offrire, fu così che mio nonno Paolo scoprì i tartufi e ne divenne, crescendo, un ottimo cercatore a commerciante.
Quando nacque mio papà “Pietro”, nel 1933, le cose non erano cambiate molto, l’economia domestica era sempre molto complicata da gestire ed i beni di prima necessità scarseggiavano. Per questo mio padre da piccolino appena ne fu in grado iniziò ad aiutare mio nonno nel lavoro dei campi e nei boschi, cominciarono così ad andare a caccia e a cercare tartufi insieme. Il piccolo Pietro attraversava le vallate ed i boschi della zona per tutto il giorno, piano piano divenne così un profondo conoscitore della natura che lo circondava e questo gli permise di diventare in futuro un cercatore di tartufi eccezionale. La sua abilità aiutò la sua famiglia a risollevarsi economicamente, infatti, quando ero ragazzo le cose per la mia famiglia erano già migliorate molto.
Mio padre aveva avuto solo me ed io sono cresciuto nella sua panetteria che era riuscito ad acquistare con tanti sacrifici. Parallelamente al lavoro come panettiere continuava sempre l’attività di cercatore di tartufi e e di commerciante nel settore. Il bosco era la sua casa, possedeva una profonda conoscenza delle piante, degli animali, delle erbe selvatiche, dei funghi ed ovviamente dei tartufi, ogni angolo anche il più nascosto non aveva, per lui, segreti.
Ho imparato ad andare per tartufi da mio nonno, mio papà e da uno zio che aveva sposato Josephine, tre bravissimi trifulau con tre modi completamente diversi di lavorare.
Mio zio era un cercatore vero e proprio, non perdeva mai di vista il cane nemmeno per un secondo, continuamente gli indicava il da farsi e lo incoraggiava a cercare meglio ed suoi cani sono sempre stati dei fenomeni, non si faceva distrarre mai. Batteva la vallata metodicamente sempre allo stesso modo incurante di tutto e tutti, lui andava, dritto per la sua strada. Il suo unico difetto, se così si può chiamare, è che rompeva o danneggiava quasi tutti i tartufi che trovava tale era l’intensità della sua cerca che e quando trovavano qualcosa cominciavano ad agitarsi tutti e due e nella smania di tirar furi il tesoro lo danneggiavano.
Mio papà era una macchina da guerra, batteva regolarmente tre vallate al giorno con due o più cani al seguito che cambiava ad ogni vallata, sempre attento al cambiare delle condizioni climatiche, cercava di non farsi mai passare prima, conosceva le abitudini e gli orari di tutti i suoi concorrenti e cercava di trarne vantaggio. Ha sempre trovato tantissimi tartufi e non ne faceva mai parola con nessuno, per rispetto del nonno e dello zio faceva vedere solo parte del bottino in modo che credessero di essere al suo pari, solo io conoscevo la verità di quanto fosse fenomenale.
Mio nonno invece aveva un modo tutto suo di andare per tartufi, del bosco gli interessava tutto: tartufi, animali, funghi, erbe selvatiche e fiori, portava a casa un po’ di tutto e lo trasformava in deliziose pietanze. Lo consideravo un po’ stralunato, ere il suo carattere, lui aveva visto il futuro ancora prima che qui noi potessimo immaginarlo. Negli anni settanta, al tempo della mia fanciullezza, ero sempre con lui che aveva visto cose per me incredibili che allora non riuscivo a comprendere. Mi diceva sempre che i miei genitori non capivano come dovesse essere fatto il “commercio”, lui che quando era giovane andava, con i suoi genitori, in negozi grandi come la piazza del paese (il nostro era poco più di uno sgabuzzino), girava spingendo un carrello riempiendolo lui stesso delle cose di cui aveva bisogno, passava poi alla cassa dove una ragazza che con una macchina faceva il conto e lo stampava su di un foglio. Raccontava queste cose a noi che vendevano la pasta sciolta (a peso), il burro, il cioccolato a pezzi e non avevano niente di confezionato, facevano i conti a mano con una matita su carta di recupero e dovevano servire tutti i clienti. Io non gli credevo, mi sembrava impossibile e lui si arrabbiava molto. Mi diceva anche che in casa aveva un rubinetto che se si apriva una manopola usciva l’acqua calda e dall’altra l’acqua fredda, per me era un miracolo, riuscivo a lavarmi nell’acqua tiepida solo perché la mia stanza era sopra il forno della panetteria, mettendola in un recipiente vicino alla canna fumaria si riscaldava e già mi sembrava un super lusso. Mi raccontava che andava a portare le mazze da golf ai giocatori, io allora non sapevo neanche cosa fosse il golf, mi spiegava che lo giocava la gente ricca che lasciava buone mance, lui si era messo d’accordo con chi gestiva il club e con loro divideva le mance a metà, guadagnava spesso più dei suoi genitori. Tutto questo era successo cinquant’anni prima! Ve lo immaginate? A ripensarci era normale il suo essere stralunato! Io andavo con lui a caccia, a pesca, per funghi e per tartufi, eravamo sempre in giro con la sua moto, una vecchia Iso, arrivavamo a casa sempre molto in ritardo con i miei genitori e mia nonna costantemente preoccupati, si arrabbiavano tantissimo e ci mettevano in castigo. Ci pensate io con mio nonno in castigo? Ci divertivamo da matti. Quando eravamo per tartufi faceva sempre scherzi agli altri cercatori, “guardava” sempre la luna ed un sacco di altri segnali dei boschi, non seguiva mai un filo logico, sembrava andasse a caso ma aveva in mente degli schemi suoi. Così facendo molte volte venivamo a casa senza niente, altre volte però eravamo premiati e trovavamo dei bellissimi tartufi. Io gli somiglio molto, vivo un po’ sulle nuvole ed ho ereditato la sua incostanza.
Con tre maestri di questo calibro sarei dovuto diventare un cercatore fenomenale, invece no!... la verità è che mi è mancata quella fame che loro hanno avuto vivendo periodi storici molto più complessi. Sono diventato però bravo a utilizzare tutta l’esperienza della mia famiglia e a trasformare tutto questo sapere in un lavoro che mi ha dato tante soddisfazioni, con mia moglie e ad un certo punto anche con mia figlia abbiamo creato un bel negozio di tartufi freschi e prodotti al tartufo che produciamo noi direttamente nel nostro laboratorio.
Se oggi vendiamo i nostri tartufi e prodotti in tutto il mondo molto lo devo al retaggio lasciatomi da chi mi ha preceduto. Sto insegnando tutto questo a mia figlia (Tiziana), che è nata letteralmente nei tartufi, ma che per tanto tempo non ha voluto fare suo questo lavoro salvo cambiare idea una volta cresciuta e maturata. Con lei è uno scontro generazionale continuo, ma siamo fieri entrambe del lavoro che facciamo insieme. Lei ricorda molto mio padre Pietro, che è mancato nel 2022, testona ma molto sveglia. Negli ultimi anni ha sempre seguito il nonno, lo ha osservato cercando di fare suo il mondo complesso della compravendita di tartufi, fino a quando suo nonno, con orgoglio, le ha fatto capire che era pronta a prenderne il testimone e fare da sola senza paura. In lei rivedo mio padre ogni giorno di più, sta diventando una commerciante attenta, scrupolosa, capace di comprendere i tempi e le esigenze del mercato. Tiziana lei è ormai la quarta generazione di tartufai della famiglia e questo lavoro, credo, sarà con lei in buone mani.
Guardo ancora oltre le grandissime vetrate del bar, verso il fiume Hudson e penso alla mia bisnonna, la mamma di mio nonno, che è partita da sola con suo figlio di meno di un anno, probabilmente, anzi sicuramente, non aveva mai visto il mare. Si è imbarcata a Genova e a Liverpool è salita su un transatlantico per attraversare l’oceano e raggiungere il marito, non sapeva una parola di inglese forse nemmeno di italiano ed è arrivata New York entrando in questa baia, cosa avrà pensato? Con quale stato d’animo è sbarcata a Ellis Island? Io qui con il mio aperitivo che sono arrivato comodamente con un volo della Emirates ed alloggio in un bell’ hotel di Time Square. Questi pensieri scatenato in me un’emozione fortissima e non riesco a trattenere le lacrime. Monica, mia moglie, senza che le spiegassi nulla ha subito capito cosa mi sta passando per la testa, la cameriera invece a starà pensando che le mie lacrime siano per il salato conto del bar, com’è strana la vita. Va invece tutto benissimo stavo solo realizzando che molto della mia fortuna e dovuto ai miei parenti che 100 anni fa hanno intrapreso quel viaggio. Devo tutto ai tartufi, mi hanno permesso di fare un lavoro meraviglioso che mi ha fatto incontrare persone di tutti i tipi in giro per il mondo, amo raccontare le miei storie, sono storie di vita di un mondo quasi magico, dai saperi antichi. Ai tartufi ho dato molto e molto hanno dato loro a me, sono radicati in me, fanno ormai parte del dna della mia famiglia.
Paolo Cerutti


Paolo Cerutti racconta...
Tiziana, Paolo e Pietro Cerutti



